09.10, Cervignano del Friuli, Castello di Strassoldo

In questa rassegna agli artisti non si sono mai dati indirizzi precisi, che non fossero quelli di un’attenzione al contesto, alla città e ai suoi spazi vissuti, in modo che il concepimento o almeno la collocazione di ogni singola opera si intrecciasse per quanto possibile con l’intima ragion d’essere dei luoghi.
Al volgere del decennio, tuttavia, una mezza eccezione l’abbiamo fatta. Non che si sia definito e proposto un tema da elaborare, ma si è sottolineata la presenza di un filo rosso, fluttuante a mezz’aria come un afferrabile profumo, una possibile suggestione: i 25 anni dalla scomparsa di Italo Calvino, e l’opportunità di commemorarli riannodando liberamente nuove “forme dell’intenzione” artistica alla levità narrativa o alle astrazioni di metodo dello scrittore.
Stare al gioco non è difficile per lo spettatore, o per chi si voglia assumere il compito di additare e descrivere: come nelle carte gettate sul tavolo dai viandanti che si raccolgono nel Castello dei destini incrociati, le opere non hanno un solo senso, né dettano un verso esclusivo all’attenzione che voglia scorrere dall’una all’altra. Ogni intervento – avrebbe detto lo scrittore – “sta vicino agli altri in una successione che non implica una consequenzialità o una gerarchia ma una rete entro la quale si possono tracciare molteplici percorsi e ricavare conclusioni plurime e ramificate”1.

Intanto nel castello si incrociano destini, ( ….)

E proprio la dialettica tra forma chiusa e aperta, definita o “versata nel tempo”2, struttura in chiave espositiva l’ambiente successivo della Cancelleria, che ospita le opere di Luca Suelzu e Lauren Moreira.
I dipinti di Suelzu sono rigorosamente controllati, in una stesura ad olio che non manca di curare iperrealisticamente il dettaglio, e che paradossalmente pare concentrarsi sul vuoto. In questi quadri domina l’assenza, di movimento e di presenze umane; condizione probabilmente necessaria per restituire dignità agli oggetti silenziosi che – non vi fosse quel vuoto straniante – risulterebbero visivamente cancellati dalla banalità dell’espletamento della loro funzione, anziché offerti alla nostra contemplazione quali autentiche nature morte da Seicento olandese.
Ma le seggiole da auditorium sono veramente in attesa di qualcuno, secondo quanto alluso dal loro titolo? Il dubbio si insinua sottile; in quel contesto l’umanità potrebbe non fare ritorno, evaporata in una Dissipatio Humani Generis – per dirla con Guido Morselli – di cui resta traccia in una simbolica Vanitas, dal cui piano specchiante un cranio ci sorride; forse convinto che, per evitare la tenebra eterna a chi in precedenza lo occupava, un salvagente – anzi, un salva-anime – di plastica colorata possa bastare.

Fulvio Dell’Agnese