Ljubljana

L.S. OPERE 2002/2007
Istituto Italiano Di cultura in Slovenia, settembre 2008
Presentazione a cura di Enzo Santese

La mostra all’Istituto Italiano di Cultura di Lubiana fa il punto in una ricerca che,negli ultimi anni, ha delineato i contorni fisionomici di una personalità artistica, quella di L. S. , ben definita e facilmente riconoscibile. Ciò si rivela un merito sopratutto se si pensa che nel grande marasma della figurazione italiana seguita agli anni ’80 nel suo sviluppo fino ad oggi, ha omologato una serie di tensioni creative che in alcuni casi hanno fatto sbiadire le individualità. Con L. S. l’attenzione al mondo massmediale, con la considerazione di tutti quei segnali che si accatastano dinanzi ai nostri occhi con la complicità di televisione, cinema e pubblicità, si accalora di nuove determinazioni di senso, in quanto l’artista sfugge all’abusata critica della realtà quotidiana, per ritrovare proprio nella realtà di ogni giorno quei suggerimenti formali che poi nella sua pittura diventano moduli di scansione spaziale, battuti nel tempo della vivibilità consueta; qui S. va a esaltare la struttura e la trama geometrica delle cose, tanto mutevole quanto sono variabili i punti di osservazione di quella data porzione dell’esistente. È così che una sequenza seriale di sedie, in posizione dritta o rovesciata, suggerisce un concerto di linee che formano nello spazio giochi di combinazioni multiple. Il suo è un ritrovare negli oggetti e nelle situazioni che li accolgono quel ritmo modulare che si esalta nell’incontro con la luce, il vero fattore che determina la “presenza” delle cose. E invece la scena celebra proprio l’assenza in quanto le sedie sono vuote e possono richiamare provocatoriamente la vacanza tra una seduta e un’altra, le occasioni che determinano la loro occupazione , in attesa della quale regna il silenzio; un silenzi profondo, irreale si direbbe, se queste pitture non reclamassero un appartenenza iperrealista. L. S. ha nella sua matrice compositiva la conoscenza della fotografia, della quale peraltro utilizza soltanto il metodo delle inquadrature; poi viaggia nell’ambito di una poesia in cui i bilancieri, gli schienali delle poltroncine, le file di sedie capovolte, il casco, altro non sono che segnali atti a suggerire che l’assenza dell’uomo può avere significato anche quando sembra che si delinei la sua eclissi dalla scena.