Orizzonte nord-est

Tolmezzo, Palazzo Frisacco, 2002
Enzo Santese

Nel clima di Orizzonte nord-est l’idea di una manipolazione del paesaggio strappato alla sua dimensione temporale è vissuta in forme diverse. In molti casi l’artista, se rappresenta, non inquadra l’oggi ma utopisticamente il futuro, risultante dalle modificazioni prodotte dall’immaginario; se evoca, fa emergere ricordi filtrati attraverso realtà addomesticate dalle capacità metamorfiche della fantasia. È in sostanza un nuovo realismo in cui si condensano aderenza al mondo fisico e slancio verso i territori dell’immaginario stesso, in un’ambiguità proporzionale alle contraddizioni e ai palpiti di un’epoca esposta alle seduzioni di numerosi “agenti”: dai media alle applicazioni tecnologiche avanzate, dalla pubblicità al messaggio televisivo. Negli artisti che formano questa sezione incidono molteplici fattori d’origine, come la contiguità della cultura slava, germanica e latina, la seduzione tecnologica attraverso l’esperienza digitale e fotografica), la risonanza dei segnali derivati dalla tradizione del paesaggio veneto soprattutto (Canaletto, Tiepolo, Guardi); la fusione della dimensione fisica con quella spirituale come riflesso di un confronto tra interno ed esterno. In effetti questa zona nordorientale d’Italia, periferica secondo un vecchio modo di intendere la geografia economica, sta pian piano assumendo la vocazione di porsi al centro, la dove invero già si trova sul piano culturale, e con prospettive di riconoscimenti ufficiali della sua posizione non appena l’allargamento della Comunità Continentale interesserà vari paesi dell’Est ( dalla Slovenia fino alla Lituania) con lo spostamento obiettivo del baricentro continentale, verso il nordest appunto e allora gli scambi e le influenze reciproche produrranno ancor più l’incontro di più culture in un unico complessivo contesto, variegato non esclusivamente per motivi storici ed etnici, ma anche per fattori di sensibilità artistica e di capacità espressiva.
Lo slancio figurativo, connesso al paesaggio, ritrae la metropoli solo come ambito della memoria o della proiezione futura; il respiro della città è sempre sommesso e inarcato tra le ragioni della cronaca personale e del sentimento. Il che condiziona anche il mezzo pittorico nella direzione di una figura ridotta all’essenza morfologica oppure spinta alla ridondanza visionaria. Sullo sfondo di una cultura che, consapevolmente o meno, adotta l’esperienza illuminante della pittura di Gerard Richter e del cinema di Stanley Kubrik vari autori ridanno vita alla pittura di taglio fotografico. L’oggettivazione del dato visivo nasce in alcuni casi da una simile impostazione dell’immagine: qui la ricerca di un’inquadratura dinamica muove lo spazio e gli elementi che esso contiene. Il metodo cinematografico con i suoi effetti speciali, le sue tecniche d’inquadratura governano il modo di focalizzare alcuni angoli urbani sottoposti al flusso di una luce asettica.
Nel rapporto con il paesaggio (così come, per altri versi, con il ritratto e con il corpo) si consuma spesso la cifra di una tensione assoluta all’identità, ricercata anche eliltticamente attraverso i luoghi in cui tale complesso di fattori riconoscibili in un unicum si situa. Nell’oscillazione tematica tra il recupero nostalgico di un passato e il fascino di scenari a venire corre tutta una seri di proposte che focalizzano più che lo spazio, l’anima dello stesso, non le evidenze architettoniche e morfologiche ma l’interpretazione delle sensazioni di chi a quelle peculiarità tematiche si aggancia. L’agglomerato urbano, pensato nei suoi momenti di massima fibrillazione operativa, nel quotidiano è un corpo che muta e si trasforma in parallelo con l’individuo che lo abita, per cui i ritmi di crescita, progressione nel degrado dilatazioni fisiche come specchio di quelle culturali, fusione di stili architettonici, ostentate monumentalità quali riflesso di una volontà di grandezza, sono dati che abitano la composizione e la rendono documento di un rapporto tra l’individuo pensante e il luogo della sua esistenza. In alcuni autori è esplicita la tensione a rimuovere il senso del caotico, del sovrapposto, del fragoroso, incidendo su una figurazione che appare l’esito di un processo di sedimentazione della città, della realtà rurale, del contesto montano, del mare e del cielo. La figura umana è spesso inserita come protagonista enigmatica di opere dove la freddezza descrittiva cela il significato di una metafora ambigua, che distanzia il senso degli oggetti rappresentati dalla loro valenza apparente e li elegge a una sorta di still life umani. Talora vengono soppressi i particolari contestuali e la staticità immobile dello spazio esalta la qualità straniante dell’immagine. Ma c’è anche lo scatto verso mondi sospesi tra la realtà e la fantasia, gli abissi marini, profondità idilliche di natura, rarefatte regioni dello spirito.
(… ).L. S. è affascinato dalle geometrizzazioni di forme che si addensano nella realtà urbana, dentro la quale il suo occhio “fotografico” si sofferma su scorci mossi da un grande movimento di linee oppure su dettagli, che assurgono a fattoti di riconoscimento del luogo interessato all’evento di “registrazione” pittorica