San Vito

Palinsesti/repertorio
Palazzo Altan, San Vito 2006
A cura di Alessandro Del Puppo

C’è un detto del leggendario comandante vietnamita Giap che anche i critici d’arte (oggi, di preferenza i “curatori”) dovrebbero conoscere, non fosse altro perché a esso si riferiva uno dei primi igloo di Mario Merz : “se il nemico si concentra, perde terreno, se si disperde, perde forza”. Lo stesso accade per quanti devono mettere insieme una mostra d’arte contemporanea.
La dispersione corrisponde naturalmente all’adescamento dei consolidati canali di mercato, circoli virtuosi inclusi, come le elencazioni di fine anno delle riviste testimoniano senz’alcuna reticenza. La forza che si perde è quella , semplicemente, del contatto diretto -che spesso è molto faticoso!- con l’artista e il suo studio: che però sembrano ormai variabili trascurabili. Quello che infatti in quel modo si guadagna, naturalmente e qui Giap si era sbagliato, è la forza del sistema, che non lesina partecipazioni e, quando è il caso, dividendi.
La concentrazione parte invece dal sondaggio territoriale, ed esso è tanto più approfondito quanto fatalmente ristretta è la geografia di pertinenza. Così, a furia di concentrarsi-che è poi l’essenza della lettura, dello studio, insomma della ricerca-si riduce, letteralmente, il terreno; e non è detto che questo sia uno svantaggio. Vuoi per scelta, vuoi per adeguamento, si è voluto procedere per questa via; e non è detto che non si possano avere dei buoni risultati.
Nella sezione Sismologie si è voluto infatti lavorare intorno a un soggetto specifico. Si è andati a recuperare le opere che potessero avvalorare la nostra tesi, commissionando poi ad alcuni artisti un intervento sul tema.
La sezione espositiva qui denominata, con esibita e notarile burocrazia, Repertorio comprende una decina di autori fra quelli che hanno operato in ragione ( il che vuol dire, naturalmente, anche e sopratutto fuori regione), con qualche voluta eccezione, negli ultimi anni. Non vi è stata una selezione a tema. Al contrario: il tema della mostra è la selezione stessa, l’ipotesi di una tassonomia per quanto possibile “ironica”. È una campionatura attendibile nella misura in cui è soggettiva ( le regole del gioco vanno dichiarate, e rispettate).
Non mi presterò, come molti, a computare per semestri le generazioni, come le collezioni dei sarti, e per il medesimo scopo merceologico, fra i nati negli anni Sessanta e i primi anni Ottanta corrono naturalmente molte discordanze, non solo legate ai flussi eterogenei delle fortune espositive o, quando c’è, di mercato. Un punto però si vuole mettere in vista: una comune moralità, intesa come moralità del lavoro (pittorico o scultoreo o quant’altro sia), un’indomita perseveranza a investire nell’operosità annosa della propria ricerca. Non esistono allora “ giovani artisti”, ma solo un arte giovane, a noi contemporanea per l’energia che vi leggiamo nel rigore costante del suo prodursi. O così almeno dovrebbe essere.
L.S. Da qualche tempo è impegnato a portare in pittura le scansioni ordinate di oggetti comuni. Qui presenta una serie di pitture in formato pressoché quadrato. In ciascuno vi è collocato, in un orizzonte molto basso, sovrastato da un cielo adamantino che a volte diviene minaccioso e corrusco, un casco da motociclista. Questa ricerca pittorica non si basa su alcun valore iconografico da attribuire all’oggetto; anzi questo, nel nitore un po’ falsante delle sue plastiche luccicanti e nella geometria implacabile dei volumi, diviene l’emblema di una strenuo formalismo. Le parole dell’autore a proposito della precedente serie iconografica dedicata alle sedie sono particolarmente indicative “ Le ho scelte perché trovo molto interessante il tipo di composizione modulare che suggeriscono, la struttura geometrica intrinseca, poi ancora l’idea di un unico modulo che cambia infinitamente col variare della luce e dei punti di vista, ciò mi fa pensare alle variazioni di un tema musicale”.