Spazio urbano, progetti paesaggi visioni

Palazzo Bice Piacentini, san Benedetto del Tronto (AP), 2003.
A cura di Gloria Gradassi.

Daniele Bacci, Stefano Calligaro, Simone Cesarini, Andrea Chiesi, Giacomo Costa, Enzo Eusebi, Paolo Fabiani, Pino Falcone, Marco Memeo, Saverio Pieralli- Valentina Favi, Giuseppe Restano, Luca Suelzu

Arte e architettura convergono verso la tentazione di progettare e dare forma agli scenari della vita futura, spingendo l’immaginazione che affonda le sue radici nella vita reale, verso le propaggini mobili di un quotidiano instabile, carico di tensioni, e fonte di sollecitazioni continue per artisti e architetti che raccontano il mondo di cui sono testimoni.”l’architetto come sismografo”, idea che ha dato il titolo alla 6° mostra internazionale di architettura a Venezia, curata da Hans Hollein nel’96, sottolineava la sintonia, culturale e progettuale, con la mobilità del quotidiano associata però alla consapevolezza di un operatività che, pur essendo coinvolta in un rapporto dialettico con eventi di portata sociale, con i quali l’architettura per sua stessa natura dialoga, è rivolta non più utopicamente a sconvolgere la realtà e i suoi orientamenti, quanto a dare forma a ipotesi futuribili, seguendo attitudini personali, inclinazioni individuali dei linguaggi architettonici, tracciati eclettici, lontani dalla ricerca di un dogma. Questa propensione verso lo sviluppo di una progettualità in chiave soggettiva ha portato negli ultimi anni l’architettura a condividere territori sperimentali delle arti visive, non senza eccessi, ma indubbiamente proiettando l’immaginazione e la realtà in atmosfere cariche di fascio e suggestioni. L’opera architettonica ha assunto lo status di oggetto-estetico, quasi scultura, collocandosi nel tessuto reale come risultato di tensioni e, a volte, come puro volume scenografico che rompe col luogo. A distanza di pochi anni, sembra già in atto un’inversione che contamina la tensione verso la soggettività e la creatività assolute, tipiche del linguaggio artistico in senso stretto, con una sorta di ritorno al progetto concreto, costruito, come si è evidenziato nell’ultima mostra di architettura diretta da Deyan Sudic. Questa curva , un percorso in idiosincrasia con la storia contemporanea, riporta la dimensione dell’architettura alla sua natura, al suo essere stretta in una forbice i cui estremi opposti sono da un lato la tensione verso il concetto puro, l’idea, dall’altro la vita reale e dunque la funzione, l’utilità e la percorribilità dello spazio costruito: elementi condivisi dall’arte degli ultimi anni e apparsi quale snodo centrale e percorso di molti lavori.
E’ in questo orizzonte che si rinnovano le spinte avanguardistiche verso un’arte calata nel reale, da un lato, e dall’altro verso un arte assoluta e totalmente autonoma. Orientamenti mediati da lunghe evoluzioni dei linguaggi artistici, da un secolo di elaborazioni, ritorni, accelerazioni, reinterpretati oggi in un clima certamente più disteso ma non privo di impegno e consapevolezza. Scavalcati gli anni novanta- un decennio complesso che ha mescolato temi e atteggiamenti differenti : la ripresa di interventi nella realtà, caratterizzati spesso da uno spirito di denuncia o semplice registrazione, l’esaltazione del mondo che ruota intorno al fashion system, spinta fino all’estetizzazione del quotidiano, un nuovo ritorno alla pittura, l’impiego di tecnologie innovative e l’introduzione di materiali inediti, l’ingresso sulla scena artistica dei paesi in via di sviluppo – oggi gli artisti sembrano aver smussato gli angoli, hanno rimesso in discussione e filtrato le indicazioni e i passaggi che hanno traghettato l’arte dal retaggio degli anni ottanta al presente.
Si apre una nuova pista, con un senso di continuità, ma per accedere ad una fase nuova. Un desiderio di elaborare, progettare, costruire, realizzare, segna il lavoro di molti giovani che tracciano un segno deciso, rigoroso ma non chiuso, a volte ironico e giocoso, aperto all’immaginazione e ad un futuro da costruire concretamente, che dell’utopia possiede lo slancio ma rifiuta la radicalità, le implicazioni ideologiche e il suo negarsi definitivo nel reale.
Arte e architettura incrociano questa tensione comune, condividono il bisogno concreto di progettare luoghi reali, percorribili, luoghi pensati per la vita. Lo sviluppo di tale dimensione progettuale segnala, nell’arte come nell’architettura, l’accentuarsi di una consapevolezza che si concretizza nella volontà di intervenire per delineare possibili scenari.
Il modello della Generic City, la città diffusa dell’architetto olandese Rem Koolhaas è a tale riguardo uno dei poli dialettici con i quali, culturalmente e concettualmente, si confronta e si misura l’idea di spazio urbano e la definizione stessa di identità metropolitana nel contemporaneo: da un lato si accentua l’omogeneità culturale dei luoghi, le città assomigliano a grandi organismi impersonali, privi di storia, interessati da un processo continuo di trasformazione, anonimi intrecci di edifici e persone in evoluzione, privi di centro; dall’altro polo è costituito dal tentativo di difesa dell’identità dei luoghi, dalla vocazione a trascrivere attraverso nuovi linguaggi, una storia nella quale riconoscersi. In questo confronto aperto si calano l’arte e l’architettura con le sue soluzioni concrete e la sua attitudine a rimodellare lo spazio urbano sulle esigenze dell’individua e della collettività. Indicazioni che sempre e comunque passano attraverso la realtà e gli eventi, elaborate sull’onda degli sconvolgimenti e delle forti emozioni che la storia di questo inizio millennio sta producendo.
Il clima è cambiato, si è giunti ad un punto di mediazione, si è metabolizzato lo scontro; superata l’estetica del caos, il decostruttivismo in architettura come linguaggio in grado di dare forma alla complessità della vita contemporanea, superata la reazione minimale a tutto questo e la deificazione della tecnologia, consumate velocemente le forme esteriori che incarnano, da un lato attraverso l’estremo riduzionismo, e dall’altro attraverso un accumulo manierato di segni sovrapposti, queste spinte divergenti, artisti e architetti, immersi nello stesso clima, tentano strade e linguaggi nuovi e, mostrando un’indifferenza verso le strettoie di tracciati ideologici, verso codici prestabiliti, palesano una volontà di costruzione che tiene conto di fattori elementari ma fondanti della propria disciplina; si affermano la consapevolezza di operare in un contesto senza volerne assumere mimeticamente e simbolicamente le sembianze, la percezione dello spazio attraverso un approccio multisensoriale, e un attenzione alla storia vecchia e recente, alla quale si guarda non come repertorio ma come fonte vitale di problemi ancora vivi ed ineludibili. Sullo sfondo giocano un loro ruolo, come retroterra formale e concettuale, le problematiche poste dall’allora nascente società di comunicazione. In tal senso la Generic City di Koolhaas riporta alla luce alcune straordinarie ricerche nell’ambito dell’architettura radicale, in particolare italiana, che ha condiviso con l’arte degli stessi anni motivi e orientamenti: è il caso degli Achizoom e del supermercato, annientando ogni traccia di identità storica. Una città delirante , fuori da ogni tipo di controllo progettuale, una città che cresce da sé e attraverso le sue forze interne, un modello che ancora oggi, a distanza di trent’anni resta un problema da interpretare e risolvere: il ruolo dell’architetto e dell’artista è quello di trovare nella realtà un ordine, dare una forma, leggere nella complessità la traccia per possibili accostamenti, pensare lo spazio, le sue proporzioni e le sue funzioni. Fare lo spazio, percepirlo, organizzarlo, dimensionare la città tenendo conto dell’individualità e dell’identità dei luoghi, è la sfida aperta oggi e a questo tentano di dare una risposta gli artisti che si occupano di questi temi e gli architetti e gli urbanisti impegnati nella concretezza progettuale del loro lavoro quotidiano. divise tra la virtualità del progetto e la concretezza del dato reale, arte e architettura trovano un punto d’incontro nella vocazione comune a progettare lo spazio tenendo conto degli stimoli e dei problemi posti dal quotidiano e su questa via si pongono quali strumenti di una possibile mediazione tra l’uomo e l’ambiente urbano, gli aspetti culturali e la dimensione naturale dell’esistenza.

Luca Suelzu
il suo sguardo sulla città si muove tra interni ed esterni, mettendo a fuoco, attraverso una pittura essenziale e controllata, porzioni di spazio urbano fortemente caratterizzate dalla presenza architettonica.
Dalla scelta di inquadrare particolari, spicchi di architetture, o interni vuoti, la pittura di Suelzu attinge un ritmo rigoroso e modulare reiterato in una sorta di griglia astratta, giocata sull’alternanza di pieni e vuoti, sul rapporto tra interni ed esterni, e composta attraverso l’uso di un cromatismo scarno e rigoroso.
Oltrepassando la componente narrativa Suelzu mette in campo una riflessione formale che pone il problema della superficie come spazio da costruire, scandire, e si interroga sulla possibilità di realizzare attraverso la pittura un’immagine leggibile non per ciò che essa rappresenta ma per le sue interne componenti strutturali. Il rapporto è dunque tra architettura, immagine e pittura, che sottilmente condividono una spinta costruttiva, un filo rosso che si riannoda allo spazio ed alla sua rappresentazione.