Specchio delle mie brame

Luca Suelzu, 1964, vive e lavora a Gorizia, dipinge ad olio su tela e su tavola. Ha sperimentato varie tecniche figurative, fra cui grafica e fotografia, da cui l’artista ha derivato una particolare attitudine all’analisi del reale. L’occhio e l’obiettivo fotografico lo guidano nella scelta, nell’interpretazione e nella realizzazione di aspetti della realtà, descritti con precisione e, nello stesso tempo, dislocati in una sospensione temporale.
Ha partecipato a numerose rassegne artistiche, nazionali ed internazionali, collettive e personali, ottenendo ampi consensi di pubblico e di critica. Ha iniziato ad esporre, nel 1991, nella Sala comunale d’arte di Trieste; a partire dal 1999 forme di paesaggio urbano hanno segnato l’avvio ad un percorso di ricerca, che negli anni si è affinata ed orientata verso aspetti ed oggetti del reale sempre più sfrondati, spogli fino all’essenzialità. In questa fase ha esposto entro il circuito regionale, attento agli accadimenti ed alla sperimentazione artistica, concentrato nel definire il suo percorso personale. Fin dall’inizio si è sentito attratto dalla ricerca di senso della realtà, che diventa un nodo tematico preminente e si concretizza in un naturalismo descrittivo e simbolico. Il fatto che dalla fine degli anni ‘80 il fenomeno delle avanguardie sia esploso in un proliferare di manifestazioni artistiche, senza più ordine, né direzione e senza seguire un’ideologia nell’apoteosi della libertà di espressione non lo disorientò, ma, anzi, rafforzò una scelta difficile: tendere all’essenza della realtà, senza dissolverla, ma lasciando intatta la corteccia, l’involucro.

La seconda tappa del suo processo di maturazione artistica coincide con la collaborazione con gallerie private e pubbliche, che esposero sue opere, a partire dal 2002, a Bologna, Milano e Madrid ed in altre città italiane ed europee. Lo stile si scioglie dal latente influsso della pittura metafisica di Carlo Carrà e Giorgio Moranti e matura nella contaminazione di saperi diversi: grafica, informatica, chimica, tecnica fotografica e fisica della luce. La produzione degli ultimi anni si contraddistingue perché sapientemente orientata verso un discorso organico, in cui realtà e rappresentazione, tecnica e atto ideativo si incontrano e si interscambiano. L’adesione a concorsi nazionali completa il suo profilo di artista, proiettato verso ulteriori visuali, in quanto non c’è ricerca senza confronto, seppur indiretto attraverso i premi nazionali ed i concorsi.

L’opera di Luca Suelzu è dominata dagli oggetti o da squarci di paesaggio urbano: una realtà priva di orpelli, senza aggettivazione, essenziale, secca, che riconquista il primo piano. Lo sguardo dell’artista spazia intorno e ferma la sua attenzione su un particolare, che amplifica e precisa in un gioco di chiaro-scuro, vuoto-pieno fino a farlo diventare metafora della vita stessa. La tecnica è quella fotografica, non intesa come fedele riproduzione dell’oggetto, ma come potere dell’occhio che sceglie ed interpreta mettendo a fuoco i contrasti e le analogie. L’occhio capta i segreti che riproduce attraverso un linguaggio condiviso. Dalla foto all’immagine dipinta: un percorso intellettuale dal grande al piccolo, dal dettaglio all’insieme, dal molteplice all’uno, dalla fissità al movimento. Molteplici sono le direzioni di ricerca.

Il suo realismo non è solo forma, ma, soprattutto, è pensiero e ricerca che parte dal momento in cui l’artista cattura con l’occhio un aspetto della realtà, continua nell’attimo in cui scatta la foto, che è, perciò, solo lo strumento che più si avvicina all’immagine mentale. E’ la rappresentazione della percezione della realtà, non fotografia della realtà. Close Up 2 (Zipser) è un esempio eloquente dell’interesse e della ricerca dell’artista: un aspetto della realtà urbana viene fissato dall’occhio fotografico, come fosse memoria per l’eternità. Da lontano sembra un poster, anche perché la superficie è lucida e senza spessore. Solo l’osservazione avvicinata ci fa cogliere il valore profondo: quel particolare è stato scomposto in tanti moduli e ricomposto, mai allo stesso modo. Emerge una trama che contrappone la curvatura delle forme alle linee rette, verticali. Non fredda riproduzione della realtà, ma intreccio di linee che rappresentano il movimento, la vita sottesa che alimenta perfino il cemento. Non semplifica ma dilata e moltiplica per mettere in evidenza che nel tracciato è visibile l’ombra, la traslazione e la metafora della realtà, saldamente uniti alla matrice.

Non è animismo, bensì ricerca delle possibilità della mente umana, che, come occhio, cattura i dati della realtà, trasformati poi in immagini. Se l’uomo non può intervenire nella realtà, può farlo nella rappresentazione della stessa, trasformando, plasmando a suo piacimento.

Scrittura chiara, poetica limpida, perché naturale, rendono le sue opere di facile lettura: in realtà le superfici ordinate dei quadri sono nel profondo scosse dal riverbero della sua interiorità, sono animate da un’interpretazione indipendente ed, infine, sono vivificate da un linguaggio meditato.

La manipolazione del reale passa attraverso la reiterazione di uno stesso tema, alla variazione del tema attraverso elementi che risultano impercettibili nell’insieme visto nel suo complesso, mentre risultano evidenti se ci si sofferma nell’analisi. L’occhio restituisce la percezione di un’armonia musicale: l’organizzazione di varianti di uno stesso motivo richiama la melodia, cioè la successione di suoni/elementi in un percorso ordinato e coerente. L’accostamento alla musica non è casuale, perché Luca Suelzu utilizza la musica, che ama e studia con profondo interesse, per interpretare e ricostruire nella pittura la realtà. Alla base sta un ponderato lavoro di costruzione della sequenza, che, ripetendosi, genera il ritmo: scelta dell’elemento, impostazione della variabile, organizzazione della successione di dette variabili. L’occhio afferra la concatenazione delle varianti e la loro combinazione di forma, luce e colore, avverte l’intimo accordo, che suscita piacevoli sensazioni. In Waiting for 18 una poltroncina di teatro rappresentata in file parallele e tra loro sfalsate, costituisce un modulo, che, ripetuto all’infinito, compone un impalpabile spartito. Le forme sono creature della mente, che le fa vivere nell’istante in cui le differenza e le compone in una sinfonia di linee e tonalità di colore.

Altre volte la sequenza è studiata e rappresentata attraverso la contrapposizione vuoto-pieno, chiaro-scuro.

Luca Suelzu ama giocare con gli effetti della luce, evidenti soprattutto nel gioco del chiaroscuro che utilizza per dare risalto alle immagini, o meglio a quello cui le immagini rimandano. Non un chiaroscuro ombreggiato, come nel Rinascimento italiano, ma la sovrapposizione per lo più netta, talvolta graduata, di tonalità chiare a quelle scure. Richiama la grafica, tecnica a cui l’artista ricorre volentieri quando vuole “smaterializzare”, privare l’oggetto di consistenza materiale, per trasfigurarlo in altro. Il rapporto delle linee è invertito: il campo è scuro ed il volume delle figure è reso attraverso flash di colore chiaro. I contorni sono segnati in modo netto a delimitare le diverse figure, anche se poi nell’insieme non si percepisco lo stacco fra un volume e l’altro, come se ci fosse continuità fra chiaro e scuro, fra un oggetto e l’altro. L’effetto è sorprendente come si può vedere mettendo a confronto due dipinti con lo stesso soggetto: Playground (Emily play) è la rappresentazione enfatizzata di uno scivolo in un parco-giochi. Colori caricati, contrapposizione accentuata di tonalità di colori accesi, superfici dilatate, particolari iperbolici come la discesa a sinistra, che sembra una lingua. Il secondo Playground, invece, è frutto di una ricostruzione dello scivolo al computer, che lo ha rimodellato in una struttura tridimensionale. Da oggetto reale è stato trasformato in oggetto intellettuale: proiezione della mente che crea ed ammira il suo prodotto. Ha perso il riferimento ad ogni contesto storico-territoriale, ha perso consistenza e spessore: le pareti spesse sono diventate trasparenti e lasciano vedere l’interno, l’anima della struttura. Trasparente, nel senso di aperto alla vista, alla conoscenza. Lo spazio è diviso in due parti, la zona scura e la zona chiara: riprende il simbolo dell’immaginario collettivo che attribuisce alla luce il valore del bene, sia esso Dio o la razionalità, la conoscenza. Nell’opera il simbolismo rimane volutamente ambiguo: nella zona scura è collocato l’oggetto, scompaginato, perciò aperto alla conoscenza, mentre nella zona chiara si rispecchia il riflesso. Allo spettatore è lasciata la scelta di considerare la zona chiara o la zona scura decisiva alla conoscenza, o comunque simbolo, idea di cosa è dove può arrivare la conoscenza. E’ presa dell’oggetto? Oppure è rappresentazione interiore dell’oggetto?

Parallelamente Suelzu sviluppa un altro accostamento-contrasto: il vuoto/pieno. Una contrapposizione ripensata in relazione agli oggetti rappresentati: i riferimenti non sono visibili ma cerebrali. Già il fatto che in una tela lunga un metro e mezzo trovi collocazione un solo elemento crea il senso di vuoto, dilatato rispetto al pieno. Poi nelle sequenze e negli edifici o laddove ci sono più oggetti il pieno si raddoppia perché l’ombra appare come il gemello.

Anche Suelzu si è cimentato con il simbolismo: l’opera non è solo ricerca dei segreti della realtà, ma anche interpretazione della vita. Così Vanitas# 2 il teschio allude alla morte, alla fragilità, ed alla precarietà della vita umana. Gli oggetti collocati casualmente su una superficie, che potrebbe essere una tavola o il marmo di un sepolcro, ammoniscono sulla vacuità dell’esistenza e sulla sua precarietà L’insieme ricorda i dipinti di Hieronymus Bosch. Tutto è sospeso e se pure si coglie la riflessione sulla vita – la torta mangiata, il teschio -, i chiari riflessi di luce sulla superficie che appare liquida e riflettente, annullano le categorie spaziali di alto-basso. Più angosciante l’ombra che appare come un ghigno rivolto verso lo spettatore ed è il vero memento mortis.. La torta mezza mangiata può alludere alla vita vissuta, benché non sempre i riscontri sono puntuali; a volte, come in questo dipinto, l’indeterminatezza dello sfondo, della superficie di appoggio rappresentano con più efficacia comunicativa il senso del precario dei singoli oggetti.

In altro dipinto, Salva-anime (soul saviour ), il soggetto rappresenta un momento sereno dell’esistenza: un salvagente, a cui noi associamo il mare ed i bambini. Fuori dal contesto marino, collocato al centro del quadro, decorato in maniera precisa, con solennità quasi fosse una gloriosa corona, il tema richiama la salvezza dell’uomo, dell’anima. Niente di pesante, nessuna pressione verso il fare il bene, solo la leggerezza di un salvagente di plastica con cui i bimbi amano giocare. Il titolo, allusivo, spinge a riflettere sull’analogia fra salvagente e salvezza.

Raramente l’artista si discosta dall’uso del nero e delle sue gradazioni: sono colori che permettono di ottenere alti livelli di chiarezza e brillantezza. La chiarezza è il tocco di luce che sfuma le linee oppure sottolinea la plasticità di un oggetto. La brillantezza, invece, è collegata ad una fonte di luce ed induce l’occhio a cercare il punto di emissione. Brillantezza e chiarezza conferiscono al tema ricchezza di movimento nel succedersi delle varianti: così in Trittico Suelzu incrocia le varianti di colore a quelle relative alla struttura. Nell’insieme si ricava la percezione di oggetti uguali, se guardati a distanza, diversi se osservati da vicino.

Un esempio di dissolvenza del colore si ha in For your pleasure, dove le linee, il colore sembrano liquefarsi e fondersi insieme, fino a determinare il simulacro della carrozzella. Il quadro risulta spettrale: l’inversione al negativo sottolinea il senso della sofferenza, da cui sono connotate le carrozzelle. Diventano quasi il simbolo del dolore. Il dipinto fu segnalato fra migliaia di partecipanti al Premio Mondadori 2004. Altra opera in cui lo studio della forma e la ricerca del colore diventano primari, è Skateboard. Un oggetto usato nello sport, nel gioco perde la sua funzione originale e diventa altro. Non divertimento, né altra utilità: allungato, rovesciato, trasformato viene proposto come una scultura senza volto, come oggetto estetico, bello da vedere, curioso in quanto mostra le ruote in alto. Una scultura, un oggetto da arredamento: la superficie bombata, le linee sinuose, il colore compatto confermano il suo valore.

Una pittura che narra la quotidianità, una pittura che mette in campo soggetti comuni per poi trasfigurarli a simboli dell’esistenza stessa, una pittura che crea un proprio immaginario: la sapiente tecnica pittorica, lo stile rigoroso, la precisione del tratto caratterizzano l’opera di Luca Suelzu e la contraddistinguono. Una nota sul metodo di lavoro di Suelzu: ogni opera è segnata da lentezza, accuratezza, precisione, tempi lunghi per dar modo alla mente dell’artista di seguire le fasi della costruzione, di intervenire, di ideare nuove soluzioni. La pittura è uno spazio bianco dove organizzare e costruire forme polisemiche, in cui si fondono colore, architettura, grafica.

Il suo realismo altera la realtà, sfalda le certezze, insinua il senso di indeterminatezza come chiave di lettura della realtà.

LOREDANA MARANO

1. Luca Suelzu Largo Barriera, Trieste 2000 olio su tela 150×100

E’ uno dei rari quadri di Suelzu, in cui compare la presenza umana: in primo piano due signore, cariche di borse, attraversano le strisce pedonali; sullo sfondo un brulicare di vita quotidiana. Eppure le persone non sono il centro di interesse dell’opera, anzi, sembrano parte dell’arredo urbano, collocate ai margini del dipinto. Tutto appare ordinato, fermo, immobile. Perfetto. Tanto perfetto da sembrare una cartolina di Trieste. E tale fu creduto quando fu usato come immagine per l’invito – nel 2001 – alla mostra nella Biblioteca statale di Trieste: un dettaglio, stampato in basso, metteva sull’avviso che si trattava di errore. Olio su tavola diceva la scritta.
E’ una costante di Suelzu dar l’apparenza di un realismo reso quasi esasperato dalla cura dei particolari, fino a definire le persone, le case, gli oggetti dall’ombra proiettata al suolo. Chi guarda è portato a confrontare i dettagli con la realtà, per sottolineare ed apprezzare le corrispondenze. Chi guarda è invitato ad osservare con attenzione quello che normalmente non fa. All’istante una parte della città, anonima, diventa bella, si anima di vita grazie al nostro interesse e acquista nuovo significato. In particolare la struttura del Mercato coperto, che si distingue dagli altri edifici per la rampa elicoidale: un movimento di linee curve in contrapposizione alle linee verticali delle case ed orizzontali della strada e delle strisce pedonali.

2. Luca Suelzu Close Up#2 (Zipser), 2002 olio su tavola, 150×100

Il dipinto da lontano appare come un poster che raffigura un edificio moderno: la precisione del disegno, la superficie liscia priva di spessore fanno pensare ad una foto. Quando ci si avvicina, ci si rende conto che è una tavola dipinta ad olio e, in particolare, che la figurazione assume altra consistenza. Le linee acquistano vita propria, perdono la loro funzione di struttura: nell’avvicinarsi ci si accorge che il senso di profondità lentamente svanisce. L’edificio tridimensionale (struttura architettura) si rivela una superficie senza spessore. Perde così il senso che aveva: non parte di un edificio ma trama di linee curve, di linee rette, che si intersecano e che costruiscono un intreccio vivo, in movimento. Un’osservazione più attenta permette di approfondire l’analisi: da costruzione monoblocco, compatta, diventa insieme di moduli, che si ripetono e nel ripetersi variano. Una geometria regolare e nello stesso tempo mutevole. Questo è il tratto peculiare dell’opera: l’artista coglie un angolo della realtà urbana, una costruzione dell’uomo, un manufatto portato a termine, fissato nel tempo, per poi sconvolgere la sua immobilità e ridargli vita attraverso la scomposizione-ricomposizione dei moduli. Se poi ci allontaniamo dal dipinto, il gioco delle illusioni si ripete: lentamente le forme acquistano profondità e ridiventano un edificio strutturato definito, fisso nel tempo. Una foto.

3. Luca Suelzu Casello#3, (Palmanova), 2003, olio su tela, 145×97

Un anonimo casello di autostrada viene rappresentato con precisione fin nei più minuziosi dettagli. Colpisce l’attenzione e stupisce lo spettatore, che si chiede cosa può avere ispirato l’artista, cosa può averlo indotto a scegliere un tratto della società industrializzata, un angolo insignificante, prosaico, privo di qualsiasi allettamento. Ciò che risalta e costituisce anche il punto di osservazione dell’autore è il colore. Un reticolo di colori giustapposti, non legati fra loro a rendere un tutto armonico, ma lasciati in libertà, in un’esplosione tecnicolor senza finalità alcuna. Sono colori funzionali, cioè usati per segnalare la struttura del casello, colori che valgono per se stessi, non in concerto con altri. Il risultato è sorprendente: di fronte a strutture anonime, a colori dissonanti l’occhio è in grado di ri-comporre la miscela partendo da un dettaglio. Ricordano il “Carnevale di Arlecchino” di Mirò: un’allegra confusione di tonalità, un’esplosione di vitalità, ancora più evidente, perché riferita a oggetti, a corredi tecnologici. Il gioco di luce ed ombra accentua la vivezza delle tonalità, su cui prevale, comunque, il nero ed il bianco, come un campo inclusivo e delimitante.

4. Luca Suelzu Playground#1, 2003 olio su tela, 150×130

Il titolo Playground è provocatorio e può essere preso come simbolo di un fare pittura, che gioca con le forme ed i colori. Anche l’oggetto è un gioco, uno scivolo, posto al centro di un giardino. Enfatizzato al punto da creare un’illusione ottica: in prospettiva appare più imponente di quello che è in realtà. Domina la visuale. In più colori caricati, contrapposizione accentuata di tonalità di colori accesi, superfici ingigantite, particolari iperbolici come la discesa a sinistra, che sembra una lingua. L’effetto finale è inquietante: la struttura assume vita propria e si erge solitaria ed imponente. Non ci sono bambini: l’allegria dei giochi è rappresentata dagli accordi dei colori e dalla dilatazione dei riverberi di luce, che corrono sulle superfici. In attesa dell’arrivo dei bimbi o nella pausa della loro partenza? Gli ambienti rappresentati da Suelzu lasciano sempre in sospeso la risposta, ad indicare come una stessa situazione può essere sia l’alba che il tramonto.

5. Luca Suelzu For your pleasure, 2004 olio su tela, 93×93

Luca Suelzu ama giocare con gli effetti della luce, evidenti soprattutto nel gioco del chiaroscuro che utilizza per dare risalto alle immagini, o meglio a quello cui le immagini rimandano. Una corsia di ospedale tirata a lucido diventa occasione per mostrare le potenzialità della pittura: partendo da una fedele riproduzione del reale può evocare una realtà transensoriale. La presenza dell’uomo è sottintesa, è la mano che ha spinto le carrozzelle fino a quel punto. Gli oggetti sono investiti da una fonte di luce diretta, molto forte che le mette in rilievo e, nel contempo, sfuma la loro stessa consistenza. Un esempio di dissolvenza del colore: le linee, il colore sembrano liquefarsi e fondersi insieme, fino a determinare il simulacro della carrozzella. Sembrano fantasmi di morte in questo volgere della luce da segno positivo a simulacro negativo. La parete a destra, in ombra, serve da confronto per rafforzare gli effetti del nitore, che investe la zona a destra. L’insieme, alla fine, risulta spettrale: l’inversione al negativo sottolinea il senso della sofferenza, da cui sono connotate le carrozzelle. Diventano simbolo del dolore. L’inversione al negativo riscatta anche l’immagine dalla banalità di una riproduzione fotografica e coi suoi nuovi colori le dona nuove ed inaspettate libertà. Il dipinto fu segnalato fra migliaia di partecipanti al Premio Mondadori 2004.

6. Luca Suelzu Playground, 2007 olio su tela, 89×95

Il secondo Playground, a differenza del primo, è frutto di una ricostruzione dello scivolo al computer, che lo ha rimodellato in una struttura tridimensionale. Da oggetto reale è stato trasformato in oggetto intellettuale: proiezione della mente che crea ed ammira il suo prodotto. Ha perso il riferimento ad ogni contesto storico-territoriale, ha perso consistenza e spessore: le pareti spesse sono diventate trasparenti e lasciano vedere l’interno, l’anima della struttura. Trasparente, nel senso di aperto alla vista, alla conoscenza. Lo spazio diviso in due parti, la zona scura e la zona chiara, riprende il simbolo dell’immaginario collettivo che attribuisce alla luce il valore del bene, sia esso Dio o la razionalità, la conoscenza. Non un chiaroscuro ombreggiato, come nel Rinascimento italiano, ma la sovrapposizione per lo più netta, talvolta graduata, di tonalità chiare a quelle scure. Richiama la grafica, tecnica a cui l’artista ricorre volentieri quando vuole “smaterializzare”, privare l’oggetto di consistenza materiale, per trasfigurarlo in altro. Il rapporto delle linee è invertito: il campo è scuro ed il volume delle figure è reso attraverso flash di colore chiaro. I contorni sono segnati in modo netto a delimitare le diverse figure, anche se poi nell’insieme non si percepisco lo stacco fra un volume e l’altro, come se ci fosse continuità fra chiaro e scuro, fra un oggetto e l’altro. Nell’opera il simbolismo rimane volutamente ambiguo: nella zona scura è collocato l’oggetto, scompaginato, perciò aperto alla conoscenza, mentre nella zona chiara si rispecchia il riflesso. Allo spettatore è lasciata la scelta di considerare la zona chiara o la zona scura decisiva alla conoscenza, o comunque simbolo, idea di cosa è dove può arrivare la conoscenza. E’ presa dell’oggetto? Oppure è rappresentazione interiore dell’oggetto?

7. Luca Suelzu Ghost rider 1, 2004 olio su tela, 81×91

Il casco è un tema ricorrente nella pittura di Suelzu: questo è il primo della serie dei caschi ed è il primo ad avvicinarsi ad una natura morta. Partito da una riproduzione naturalistica della realtà, ha, in questa tela, voluto dissolvere la fotografia del reale attraverso l’inversione al negativo. L’immagine si allontana dal suo aspetto reale, per acquisirne uno tutto nuovo: questo permette all’artista la libertà di decodificare l’esistenza e di interpretarla sul piano intellettuale. Il casco rappresentato al negativo sembra un fantasma, in quanto l’inversione cromatica diventa come un fascio di luce abbacinante che dissolve le forme. Il rapporto cromatico è invertito: il volume della figura è reso attraverso il bagliore di bianco in un campo chiaro che accentua il senso di nebulosità. I contorni delimitano la sagoma, anche se poi nell’insieme non si percepisco lo stacco fra le parti in una continuità cercata fra chiaro e scuro. Fantasma, figura incorporea, allusione ad una realtà percettibile attraverso i sensi, ma percepibile solo attraverso la sua scomposizione in unità di senso.

8. Luca Suelzu Waiting for 18, 2006 olio su tela, 40×150

Una sequenza di sedie rappresentata in file parallele e tra loro sfalsate costituisce un modulo, che, ripetuto all’infinito, compone un impalpabile spartito. Nessuna sedia è uguale all’altra: la luce rende ognuna diversa e contribuisce a definire la profondità dello spazio. Le forme sono creature della mente, che le fa vivere nell’istante in cui le differenzia e le compone in una sinfonia di linee e tonalità di colore.
Scrittura chiara, poetica limpida, perché naturale, rendono il dipinto di facile lettura: in realtà non è semplice afferrare il nodo conoscitivo, che sta alla base. Ma se ci si lascia trasportare dalle sensazioni si riesce a coglierne il senso profondo. L’occhio attento alle variazioni del tema restituisce la percezione di un’armonia musicale: l’organizzazione di varianti di uno stesso motivo richiama la melodia, cioè la successione di suoni/elementi in un percorso ordinato e coerente. L’accostamento alla musica non è casuale, perché Luca Suelzu utilizza la musica, che ama e studia con profondo interesse, per interpretare e ricostruire nella pittura la realtà. Alla base sta un ponderato lavoro di costruzione della sequenza, che, ripetendosi, genera il ritmo: scelta dell’elemento, impostazione della variabile, organizzazione della successione di dette variabili. L’occhio afferra la concatenazione delle varianti e la loro combinazione di forma, luce e colore, avverte l’intimo accordo, che suscita piacevoli sensazioni, come l’orecchio ed i sensi percepiscono la musica di Bach.

9. Luca Suelzu Skateboard#2, 2008 olio su tavola, 142×40

Studio della forma e ricerca del colore diventano primari in questa tavola. Un oggetto usato nello sport, nel gioco perde la sua funzione originale e diventa altro. Non divertimento, né altra utilità: allungato, rovesciato, trasformato viene proposto come una scultura senza volto, come oggetto estetico, bello da vedere, curioso. La macchina fotografica ed il computer sono preziosi mezzi per incidere sulla realtà da parte dell’artista, che non si limita a scegliere la prospettiva, ad interpretare il senso nascosto della realtà, ma può manipolare gli oggetti e tramutarli in altra forma. E da un ritocco all’altro si può anche privarli della loro funzione e lasciarli vuoti di significato, un guscio, comunque bello. Le ruote capovolte segnano il rovesciamento della realtà: un invito a vedere la vita sottosopra, per cogliere quei particolari, che solitamente sfuggono all’attenzione. La fantasia dà nuova forma e lo skateboard diventa una scultura, un oggetto da arredamento: la superficie si fa bombata, le linee sinuose, il colore si frantuma in un gioco di ombre e di riflessi. Il lucore argenteo dell’acciaio sfuma nello sfondo azzurro polvere, mosso da fasce di tonalità diverse.

10. Luca Suelzu Trittico, 2008 olio su tela 96×101,5

Raramente l’artista si discosta dall’uso del nero e delle sue gradazioni: sono colori che permettono di ottenere alti livelli di chiarezza e brillantezza. La chiarezza è il tocco di luce che sfuma le linee oppure sottolinea la plasticità di un oggetto. La brillantezza, invece, è collegata ad una fonte di luce ed induce l’occhio a cercare il punto di emissione. Brillantezza e chiarezza conferiscono al tema ricchezza di movimento nel succedersi delle varianti: così in Trittico Suelzu incrocia le varianti di colore a quelle relative alla struttura. Nell’insieme si ricava la percezione di oggetti uguali, se guardati a distanza, diversi se osservati da vicino. La scala tonale va dal grigio chiaro al grigio più scuro, più intenso: tre gradazioni di uno stesso valore di grigio metallo, tendente, cioè all’argento. La luce accentua la brillantezza, il cui compito è quello di evidenziare la superficie bombata. Ma luce, spessore delle superfici sono un’illusione: basta avvicinarsi per comprendere che il brillio del metallo è dato dal contrasto di livelli del colore sapientemente dosati.

11. Luca Suelzu Vanitas#2, 2008 olio su tela, 151,5×60,5

Centrale nella pittura di Luca Suelzu è l’accostamento-contrasto, meglio definito nella contrapposizione fra vuoto/pieno. Una contrapposizione ripensata in relazione agli oggetti rappresentati: i riferimenti non sono visibili ma cerebrali. Già il fatto che in una tela lunga un metro e mezzo trovino collocazione rari elementi, crea il senso di vuoto, dilatato rispetto al pieno. Questo non è altro che la preparazione ad una chiave di lettura della realtà volutamente simbolica: gli oggetti sono scelti in funzione del loro valore metaforico. Così in Vanitas# 2 il teschio allude alla morte, alla fragilità ed alla precarietà della vita umana. Gli oggetti collocati casualmente su una superficie, che potrebbe essere una tavola o il marmo di un sepolcro, ammoniscono sulla vacuità dell’esistenza e sulla sua precarietà L’insieme ricorda i dipinti di Hieronymus Bosch. Tutto è sospeso e se pure si coglie la riflessione sulla vita – la torta mangiata, il teschio -, i chiari riflessi di luce sulla superficie che appare liquida e riflettente, annullano le categorie spaziali di alto-basso. Più angosciante il riflesso che appare come un ghigno rivolto verso lo spettatore ed è il vero memento mortis.. La torta mezza mangiata allude alla vita vissuta; l’indeterminatezza dello sfondo, della superficie di appoggio rappresentano con più efficacia comunicativa il senso del precario dei singoli oggetti.

12. Luca Suelzu Pesi colorati Colori #2, 2009 olio su tela, 145,5×99

Dislocati in uno spazio senza limiti e senza riferimenti sono collocati quattro pesi colorati. Uno diverso dall’altro: non solo varia il colore, ma anche la grandezza, la forma, la profondità e certi particolari dell’impugnatura. Lo stesso oggetto trova nella sua reiterazione la ragione stessa: è attraverso il confronto che i corpi acquistano consistenza e invitano lo spettatore prestare attenzione agli effetti. La superficie è opaca, ma liscia, levigata: questo crea, insieme al colore, un moto di leggerezza, come fossero birilli. Ci restituiscono la sensazione di una superficie setosa, morbida al tatto. Un gioco, anziché strumenti per rinforzare i muscoli, non trasmettono il senso della fatica. Anche l’ombra proiettata è appena accennata sulla superficie, mentre nel primo peso crea riflessi che definiscono lo spessore, ma anche una doppia superficie, come un’ eco dell’oggetto
Suelzu prova diverse combinazioni tra forma, colore, ombreggiatura e collocazione: ogni peso è speciale costruzione della sua struttura geometrica, ad imitazione della realtà, a cui ridare ordine e bellezza.

13. Luca Suelzu Salva-anime#2 (soul-saver#2), 2009 olio su tela, 120×100

Il soggetto rappresenta un momento sereno dell’esistenza: un salvagente, a cui noi associamo il mare ed i bambini. Rosa, decorato con foglioline verdi stilizzate e pesci, bombato, pieno d’aria e di vita, leggero, lieve, trasparente. Spicca il colore rosa, lucente sulla superficie levigata. L’ombra rappresenta la continuità, se non il doppio, in quanto mantiene il colore rosa, reso opaco. Fuori dal contesto marino, collocato al centro del quadro, decorato in maniera precisa, con solennità, quasi fosse una gloriosa corona, il tema richiama la salvezza dell’uomo, dell’anima. Niente di pesante, nessuna pressione verso il fare il bene, solo la leggerezza di un salvagente di plastica con cui i bimbi amano giocare. Il titolo, allusivo, spinge a riflettere sull’analogia fra salvagente e salvezza: impone una ponderazione che ci distanzia dall’oggetto materiale. Ritroviamo i temi ed i canoni, che percorrono l’arte di Suelzu, come l’essenzialità dell’oggetto privo di artifici, la struttura geometrica, l’occhio fotografico, la reiterazione, il gioco di luce-ombra. Affinati nella conoscenza dell’esistenza al punto che la ricerca si assolutizza in un oggetto.