Studi goriziani

Luca Suelzu
iperrealismo di fine millennio

Cosa dire sulla pittura di Luca Suelzu? Cosa c’è da spiegare, tradurre, interpretare se non l’evidenza? Tutto è talmente chiaro, immediato, facile quasi ovvio, cos’altro aggiungere? Nessuna immagine oscura, nessun messaggio nascosto, trasversale…
Tuttavia compito del critico è quello di dire il perché delle cose anche quando appaiono di per sé palesi, di confrontare e contestualizzare l’opera che si ha di fronte; e talvolta di rivelare che non è tutto solo ciò che pare.
Cerchiamo dunque di capire innanzi tutto da dove nasce la pittura di Luca Suelzu.
Nel suo studio, insieme alle opere più recenti, c’è un ritratto di bambina, molto delicato, affettuoso nel tratto, in ogni caso molto preciso: una delle prime prove dell’artista, risalente ai primi anni dell’Istituto d’arte, frequentato a Gorizia. Giunto poi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Suelzu inizia a sperimentare, prova l’astrazione, l’informale, la pittura gestuale, diverse tecniche, diversi materiali, diverse forme espressive. Trova un suo linguaggio, tutto particolare, una sorta di scrittura indecifrabile, di vaga ispirazione orientale, che trovano la loro capacità attrattiva nella tecnica, rapida, quasi gestuale, ma ricca di preziosità nelle velature, nell’eleganza della grafia, nel mistero di una comunicazione intraducibile ma presente. Sono questi i lavori che presenta alla mostra di Padova del ’91, in occasione della III Selezione Triveneta dei Giovani Artisti, dove Maria Campitelli sottolinea quali componenti essenziali della sua opera “la ricerca e la processualità”, “l’esperimento e la cultura” nella personalizzazione degli elementi linguistici tratti dalle avanguardie storiche come da più attuali contaminazioni.
Ricerca e processualità, sperimentazioni e rimandi a diverse espressioni figurative sono presenti effettivamente anche nel percorso successivo dell’artista, si veda ad esempio la riproposta dei suoi “crittogrammi” nel riempire dei singolari “fumetti”. Nei primi anni novanta Suelzu realizza infatti una serie di grandi carte dipinte con una sequenza di quadri (vignette) di situazioni che si succedono. E’ l’esigenza di narrare, di esprimere una storia nella sua durata, di analizzare singoli momenti di un racconto, riprendendolo da diversi punti di vista. Sono attimi di vita quotidiana, comuni, solitamente ritenuti senza importanza, una telefonata, l’attesa di un amico sotto casa per partire per una gita, una partita a carte, dove Suelzu diventa regista, si fa occhio indagatore di atteggiamenti particolari e di minimi movimenti, un narratore attento alla “Storia di un gesto”. L’impaginazione delle scene non è rigorosamente schematica, i diversi quadri si intersecano liberamente secondo le esigenze del racconto. La tecnica è molto accurata, grande attenzione è data alla costruzione compositiva delle singole scene come dell’insieme, quasi barocca la ricchezza e la densità del colore.
Sono quindi questi attimi di vita quotidiana a essere in un secondo tempo isolati, tolti dalla narrazione, per costituire dei quadri a sé stanti, come nel caso dei dipinti che si sono visti alla mostra allestita nei nuovi spazi espositivi della Biblioteca Statale Isontina dal 1° al 13 marzo 1999.
Continua dunque il processo individuale dell’artista Suelzu, intenzionalmente lontano da ogni facile moda, rigorosamente fedele ad una propria personale ricerca. Del resto proprio in questo scorcio di fine millennio, sempre più sono gli artisti che trovano una propria strada espressiva, individuale, senza per questo rifiutare il confronto, trovando forse proprio per questo la loro forza comunicativa.
Ritornando all’opera di Suelzu, all’inizio parlavo di evidenza, facilità, chiarezza, di un’immediata possibilità di lettura delle sue immagini pittoriche: si potrebbe definire dunque la sua un’arte realistica?
Già è stato notato come si siano sentiti realisti, o siano stati definiti tali, artisti che hanno rappresentato la realtà ricorrendo all’uso di specchi concavi e convessi (cfr. Italo Mussa, 1978), per giocare con la realtà stessa, per cambiarla, per mantenerla più vera, per reinventarla o semplicemente per raccontarla.
Il concetto stesso di realismo o naturalismo nella storia dell’arte varia nel corso del tempo, conoscendo alterne fortune. Era realistica la pittura romana con gli affreschi delle ville pompeiane, era realistica l’arte di Giotto in confronto a quella di Simone Martini, è realistica la pittura del Rinascimento, antinaturalistica quella del periodo manierista. E’ realistica l’arte fiamminga, la pittura di Caravaggio, l’arte sociale dell’Ottocento, la pittura del Realismo Socialista, quella americana degli anni Trenta, per certi versi anche la Pop Art. Eppure in ogni caso, si tratta di realtà e di “realismi” profondamente diversi.
La pittura di Luca Suelzu è indubbiamente riconducibile all’arte del “vero più del vero”, ovvero all’iperrealismo, movimento che ha conosciuto la sua consacrazione a Kassel nel 1972 con Documenta 5 e alla XXXVI Biennale di Venezia. Lì uno dei suoi massimi rappresentanti, Gerard Richter, interrogato sull’esasperato tecnicismo delle sue immagini, sui suoi ritratti, pressoché fotografici, affermava: “Non si tratta di imitare una fotografia, io voglio piuttosto fare una fotografia”.
Una grande abilità tecnica e un rapporto ugualmente creativo con la fotografia ritornano in modo nuovo e personale in Luca Suelzu. Per quanto riguarda il suo rapporto con la fotografia, questa costituisce per lui “un block-notes eccezionale”. Egli infatti fotografa la realtà che gli interessa e che vuole riprodurre sulla tela; attraverso il mezzo fotografico prova diverse prospettive, diversi angoli di visuale, si avvicina o si allontana da quella realtà, ne isola alcuni particolari. Tutto ciò gli servirà a ricomporre la “sua” realtà nel lavoro nel suo studio, accostando, sovrapponendo diverse immagini, rigorosamente in bianco e nero. Indubbiamente le diverse angolature che completano e integrano una visione puramente frontale possono far venire in mente lo specchio concavo o convesso, di alcuni “pittori realisti”, mentre il bianco e nero delle immagini fotografiche non può non richiamare l’idea della matita di una serie di disegni preparatori del taccuino di un artista, in questo caso, di un “block-notes eccezionale”. Nella realizzazione dell’opera pittorica, a un disegno tecnicamente perfetto e calibrato, si aggiunge quindi successivamente l’invenzione dei colori, sempre molto accesi, vivaci, caldi o acidi, intrisi di luce tale da renderli talvolta cangianti. Forse proprio nel colore si rivela la pittura di Suelzu, come realtà “vera più del vero”; non solo si tratta di una realtà fuori del tempo, fuori di ogni durata, ma anche fuori di ogni spazio o atmosfera: tutto è limpido, luminoso, quasi cristallino; tutto è definito, perfetto, immobile, incorruttibile. Non c’è storia, non c’è accidente, nessun elemento che possa provocare turbamento, nessun elemento di disturbo: è una realtà che c’è e basta, non ha necessità di giustificazioni o altre ragioni d’essere. Non c’è volontà né possibilità di giudizio su ciò che viene rappresentato: i corpi stesi al sole delle bagnanti, gli sciatori, i crocevia delle città chiedono di farsi guardare, nella vivacità e vitalità dei loro colori, nella loro capacità di irradiare la luce, in una loro bellezza neo-neoclassica. E quei colori che il nostro occhio potrebbe immediatamente avvicinare alle immagini elettroniche altrettanto perfette, altrettanto fuori del tempo, sono viceversa da confrontare piuttosto con la pittura manierista del Cinquecento, che al di là di narcisistiche e solipsistiche stravaganze, ci ha dato fondamentali esempi della forza creativa e del potere dell’invenzione dell’artista, nell’espressione di un mondo interiore non più eludibile, anche se stravolgente.
Non è un caso che Luca Suelzu ami la lettura dei romanzi di Marco Lodoli e Goffredo Parise: nonostante nelle storie di questi due scrittori regni il disordine o comunque è quasi sempre un elemento di disturbo a dare il via alla storia, tale disordine è colore, è vitalità, è esistenza creativa, contro un mondo grigio, banale, da fotografare soltanto in bianco e nero.
E se le immagini urbane di Suelzu possono richiamare alla mente le vedute dell’americano Edward Hopper (un artista a cui sicuramente ha guardato Suelzu), sempre in nome di quel generico “realismo” che oggi può voler dire tutto e niente, un altro nome andrebbe fatto proprio per quei cieli azzurri azzurri, quelle nuvole bianche più del bianco, per quel senso di immobilità fuori del tempo: penso a Magritte. Non solo li accomuna la ricerca di uno stile impersonale, la volontà di “nascondere” la propria mano d’artista, per forza di cose destinata a fallire, ma anche uno strano senso di sospensione. Le opere più recenti di Suelzu, con cui crediamo di poter dire si stia aprendo una nuova fase del suo lavoro, sembrano confermarcelo: gli oggetti vengono ingigantiti a dismisura, cominciano ad apparire elementi inattesi, presenze invisibili o incomprensibili, l’ordine viene turbato da un qualcosa di surreale. Eppure anche in questo caso dovremo domandarci se ci troviamo di fronte ad una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo, o viceversa a confronto con una realtà insospettata ma che potrebbe essere “più vera del vero”.

Franca Marri